Accertamenti fiscali per Meta, LinkedIn e X. I dati personali diventano moneta

Patrizia Del Pidio

3 Aprile 2025 - 14:56

L’Agenzia delle Entrate invia avvisi di accertamento a Meta, X e LinkedIn per il mancato pagamento dell’Iva sui dati. Il meccanismo potrebbe includere anche altri soggetti. Vediamo i risvolti.

Accertamenti fiscali per Meta, LinkedIn e X. I dati personali diventano moneta

Avvisi di accertamento per Meta, X e LinkedIn. L’Agenzia delle entrate contesta ai colossi tecnologici un mancato versamento dell’Iva per oltre 1 miliardo di euro. I dati personali degli utenti, per il Fisco, hanno un valore monetizzabile e proprio per questo vanno tassati. Si tratta di una novità visto che fino a ora, anche se si era parlato dell’ipotetico valore dei dati personali degli utenti, non c’era mai stato un vero e proprio inquadramento fiscale.

L’Iva mancante, in base alle richieste dell’Agenzia delle Entrate, riguarderebbe i precedenti anni. Il Fisco chiede il pagamento di 887,6 milioni di euro a Meta, 140 milioni di euro a LinkedIn e 12,5 milioni di euro a X per i periodi di imposta che vanno dal 2015/2016 al 2021/2022, anche se l’avviso di accertamento inviato riguarderebbe solo gli anni che stanno per prescriversi (2015/2016), visto che l’Iva ha una prescrizione decennale.

Iva sui dati personali degli utenti

In base a cosa l’Agenzia delle Entrate pretende il pagamento dell’Iva? Il Fisco considera i dati personali degli utenti come “moneta di scambio” che cedono iscrivendosi ai social per poterli utilizzare. I dati in questione, però, rappresentano un guadagno per le big tech e l’amministrazione tributaria ha applicato quanto previsto dal Testo unico Iva (all’articolo 11 del dpr 633 del 1972) ovvero che se un’operazione in apparenza gratuita nasconde uno scambio di beni immateriali va applicata l’Iva.

Gli importi richiesti alle tre big tech sono stati calcolati per via induttiva, stimando la base imponibile sulla quota dei ricavi italiani rispetto a quanto ognuna delle piattaforme fattura globalmente. In proporzione sono stati applicati anche i costi. Per l’Agenzia delle Entrate, di fatto, non è importante che i dati abbiano effettivamente un valore, ma che vengano ceduti in cambio di un servizio. In ogni caso i dati stessi, foto, like e cronologia di navigazione sono tutti aspetti determinanti per la personalizzazione degli annunci. Fornendo i propri dati, quindi, l’utente permette all’algoritmo della piattaforma di fornire servizi mirati (per avere un guadagno maggiore).

Meta, X e LinkedIn non hanno voluto aderire al contraddittorio preventivo escludendo la chiusura in maniera bonaria della vicenda. Ora hanno 60 giorni di tempo per ricorrere in giudizio, ma sembra proprio questa la strada che le tre big tech hanno intenzione di percorrere.

Meta contesta al Fisco italiano il principio di dare un valore determinabile ai dati personali e sostiene che non possa essere isolato dal valore dei costi del servizio. In base a quello che sostiene la giurisprudenza europea, in ogni caso, un’operazione si configura come imponibile solo qualora ci sia un corrispettivo che sia misurabile e nel caso dei dati non solo non è facile provare il nesso tra prestazione resa e corrispettivo pagato.

Meccanismo replicabile, chi è a rischio?

In base a quello che scrive ItaliaOggi, il meccanismo può essere replicato e a rischio imposizione potrebbero essere anche in tutti i casi in cui si raccolgono i dati di profilazione degli utenti per iscrizioni e newsletter. Non solo social network, quindi, nel mirino dell’Agenzia delle Entrate potrebbero entrare anche supermercati (per le carte fedeltà), siti web, editoria che raccolgono dati degli utenti.

Iscriviti a Money.it

SONDAGGIO