Addio malattia, ecco da quando l’Inps non la paga più

Simone Micocci

26 Febbraio 2025 - 12:46

Assenza per malattia, quando l’Inps non paga? Attenzione a non superare un certo numero di giorni.

Addio malattia, ecco da quando l’Inps non la paga più

L’Inps non paga per sempre l’assenza per malattia. L’indennità di malattia di cui si fa carico l’Istituto - per quanto viene anticipata dal datore di lavoro in busta paga - spetta infatti entro un certo periodo, decorso il quale il lavoratore deve dirvi addio (oltre a rischiare il licenziamento per il superamento del periodo di comporto).

Nel dettaglio, per quanto riguarda le assenze per malattia bisogna fare una distinzione tra tre differenti periodi: i primi 3 giorni, i successivi 180 (nell’anno solare) e quelli che oltrepassano questo limite. A seconda dei casi, infatti, la malattia viene pagata dal datore di lavoro, dall’Inps oppure non è per niente retribuita.

Più precisamente, l’Istituto interviene nel secondo periodo, quindi quello che va dal 4° al 180° giorno di assenza indicato nel certificato medico telematico. Tanto nel periodo precedente (ma è raro che ciò avvenga) nonché in quello successivo, le assenze potrebbero anche non essere retribuite poiché dipenderà da quanto stabilito dal contratto collettivo di appartenenza.

Non sempre quindi la malattia è retribuita: ciò dipende dalla sua durata, nonché dal settore di appartenenza (o meglio dal Ccnl applicato). Vediamo quindi quante assenze si possono fare in un anno prima di perdere il diritto all’indennità di malattia facendo chiarezza su cosa ha stabilito la normativa a riguardo.

Quando la malattia non è coperta dall’Inps

Nella maggior parte dei casi, le assenze per malattia vengono retribuite dall’Inps attraverso un’indennità che varia in base alla durata dell’assenza. Per i lavoratori dipendenti, l’importo è generalmente così strutturato:

  • Dal 4° al 20° giorno di malattia: il 50% della retribuzione media giornaliera.
  • Dal 21° al 180° giorno di malattia: il 66,66% della retribuzione.

Tuttavia, la durata della copertura da parte dell’Inps cambia a seconda della categoria di lavoratori. I primi 3 giorni di malattia, chiamati periodo di carenza, sono di norma a carico del datore di lavoro, ma solo se previsto dal Contratto collettivo nazionale del lavoro (Ccnl) applicabile. Dopo questo periodo, l’Inps subentra nel pagamento dell’indennità, ma sempre entro i limiti stabiliti per ciascuna categoria, come illustrato dalla tabella seguente:

Lavoratori Limiti
Operai del settore industria e operai e impiegati del settore terziario e servizi Spetta per un numero massimo di giorni pari ai giorni lavorati nei 12 mesi prima dell’inizio della malattia, per un minimo di 30 e per un massimo di 180 giorni nell’anno solare.
Lavoratori dell’agricoltura Per un massimo di 180 giorni nell’anno solare per coloro che hanno effettivamente iniziato l’attività lavorativa e sono assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Per chi invece è con contratto a tempo determinato spetta per un numero di giorni pari alla durata in cui risultano iscritti negli elenchi, ma solo per coloro che hanno svolto almeno 51 giornate di lavoro in agricoltura nell’anno precedente, o comunque 51 giornate nell’anno in corso e prima dell’inizio della malattia.
Lavoratori marittimi (settore pesca ex assicurati Ipsema) Massimo un anno

Di norma, dunque, la malattia è coperta per un massimo di 180 giorni all’anno. Superato questo limite, l’Istituto non eroga più alcuna indennità e l’unica possibilità di continuare a ricevere un sostegno economico è che il contratto collettivo di riferimento preveda un intervento specifico da parte del datore di lavoro (ma solitamente non è previsto).

Quando la malattia non viene pagata?

In molti casi, il datore di lavoro è tenuto a retribuire il lavoratore durante i primi 3 giorni di malattia, il cosiddetto periodo di carenza, ma l’importo dell’indennità dipende dalle previsioni del Ccnl. Alcuni contratti riconoscono il 100% della retribuzione, mentre altri prevedono percentuali inferiori.

Più raro, invece, è il caso in cui i contratti collettivi prevedano un’indennità oltre il limite dei 180 giorni coperti dall’Inps. Per questo motivo, è molto probabile che, una volta superata questa soglia, il lavoratore non riceva più alcun compenso per l’assenza dovuta alla malattia.

E attenzione a non sottovalutare un secondo aspetto, ossia il periodo di comporto. Una volta superato il limite stabilito dal contratto, infatti, il lavoratore potrebbe rischiare il licenziamento.

Periodo di comporto e aspettativa per malattia

Il periodo di comporto è il tempo massimo durante il quale un lavoratore assente per malattia non può essere licenziato, indipendentemente dal fatto che riceva o meno un’indennità. La sua durata dipende dal Ccnl applicato: può coincidere con i 180 giorni indennizzati dall’Inps, ma in alcuni casi è più lungo.

In alcune categorie, il Contratto collettivo prevede anche un’aspettativa per malattia, che consente al lavoratore di prolungare l’assenza oltre il periodo di comporto, senza rischiare il licenziamento. Tuttavia, questo periodo non è mai retribuito. Ad esempio, nei contratti del settore metalmeccanico e terziario, l’aspettativa può durare fino a 4 mesi (120 giorni), offrendo un’ulteriore tutela per chi affronta patologie di lunga durata.

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