Cosa succede se la Groenlandia entra nell’Unione europea e perché se ne sta parlando spesso.
La Groenlandia ha un ruolo sempre più centrale nello scompiglio geopolitico cui sta assistendo il mondo, contesa da tutti per la ricchezza di materie prime del territorio e per la posizione militare strategica nell’Artico. In questo contesto, con le rinnovate pretese di acquisizione di Donald Trump e le minacce incombenti di Cina e Russia, il desiderio di indipendenza dalla Danimarca deve essere rimandato ancora. Non che ci fossero condizioni troppo promettenti nell’ultimo periodo, vista la forte dipendenza economica dalle sovvenzioni di Copenhagen, ma le mire mondiali stravolgono ulteriormente lo scenario di rischio per l’isola. Più che un netto distacco si mira piuttosto al supporto che gli altri Stati potrebbero fornire nelle dispute, quasi costringendo Nuuk a scegliere tra l’alternativa meno compromettente. In tal senso, secondo alcuni soltanto l’ingresso nell’Unione europea permetterebbe alla Groenlandia di non subordinarsi ad altre potenze godendo allo stesso tempo delle alleanze e degli aiuti reciproci tra Stati membri. Un’ipotesi che preoccupa, visto l’attuale contesto.
Cosa succede se la Groenlandia entra nell’Ue
Buona parte degli abitanti sarebbe anche favorevole a un’ipotesi di ingresso nell’Ue, l’unica che non porterebbe l’isola a passare alle dipendenze altrui e mantenere il proprio equilibrio con la Danimarca così com’è, almeno per il momento. Ci sono voluti circa due secoli prima che la Groenlandia ottenesse l’autonomia per gli affari interni dalla Danimarca, precisamente nel 1979. Oggi, l’isola fa ancora parte del Regno di Danimarca, responsabile delle politiche estere e della difesa. Mentre la Danimarca è parte dell’Unione europea, tuttavia, la Groenlandia ha scelto di tirarsi fuori già nel 1985 (dall’allora Comunità economica europea), principalmente per motivi economici legati al controllo delle risorse locali.
L’eventuale nuovo ingresso è dibattuto molto spesso, ma non è nelle mire di Nuuk, che ambisce piuttosto a tutto il supporto possibile. Anche perché l’Unione europea non potrebbe offrire molto più di quanto già non faccia, interessata da tempo da un programma di cooperazione sempre più serrato che manca di risorse coerenti con gli investimenti richiesti dall’isola. Piuttosto che un ingresso nell’Ue, la Groenlandia ha tutte le ragioni per restare parte della Danimarca e quanto meno non affrontare le minacce soltanto contando sulle proprie forze. Che poi non ci siano comunque armi pari rispetto alle potenze mondiali che si contendono le sue ricchezze è tutt’altro problema, visto che l’elemento più delicato è rappresentato dagli accordi internazionali.
Intanto, chiariamo che la Groenlandia è uno dei Territori speciali dell’Unione europea, così definiti per la posizione privilegiata con gli Stati membri. Ciò riguarda, per esempio, anche le collettività d’oltremare francesi. La Groenlandia è un’eccezione anche da questo punto di vista, vista l’uscita dall’Ue, nonostante la quale i cittadini mantengono la cittadinanza europea. Quest’ultima dipende dalla cittadinanza danese, ma non consente comunque l’applicazione del diritto comunitario nel territorio della Groenlandia. Il problema principale sono i rapporti dovuti alla Nato, di cui fanno parte anche Stati Uniti e Danimarca, oltre all’Unione europea. Non a caso gli esperti definiscono il possibile attacco statunitense, che Trump “non si sente di escludere”, la causa di un cortocircuito all’interno dell’alleanza.
Tutti gli alleati sarebbero chiamati alla difesa collettiva imposta dall’articolo 5 del trattato di Washington, dovuta nei confronti della Danimarca, per quanto la Nato non preveda un obbligo di risposta militare, né un dovere rigoroso come quello che ricade sugli alleati dell’Unione europea. Quest’ultima sarebbe decisamente più in difficoltà nel caso in cui la Groenlandia venisse attaccata dopo il ritorno nell’Ue, che comunque è oggi da escludere con sicurezza per diversi motivi, oltre ai rapporti con gli Stati Uniti. Attenzione comunque a non confondere lo scopo difensivo che regola l’Alleanza con i poteri delle singole nazioni, cui resta la possibilità di perseguire i propri interessi anche con conflitti armati, in teoria nel rispetto degli accordi internazionali.
La Nato potrebbe perciò semplicemente non intervenire, riguardando il conflitto due Paesi interessati, come accaduto con Grecia e Turchia nel 1974. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti restano i principali sovvenzionatori della Nato e l’eventuale attacco al territorio di uno Stato alleato comprometterebbe inevitabilmente la salute dell’Alleanza. Una situazione simile si verrebbe a creare anche se la Groenlandia avesse lo status di Stato Ue al momento dell’attacco statunitense, con risvolti ancora più disastrosi considerati i doveri di assistenza comunitari e non del tutto evitabili visti i rapporti con gli alleati danesi.
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