Cosa può succedere in Italia con i dazi di Trump? Più inflazione, meno lavoro e crisi industriale: ecco come gli italiani sono minacciati dalle tariffe.
Tutti parlano di Trump e dei dazi reciproci appena annunciati sui prodotti importati da tutto il mondo, Italia compresa: cosa sta succedendo e in che modo queste tariffe aggiuntive impatteranno - negativamente - sul benessere degli italiani?
Se in una prima valutazione la politica commerciale della potenza USA può sembrare qualcosa di “lontano” che non intacca il nostro sistema produttivo ed economico, un’analisi più profonda svela quanto sia invece correlata con le industrie italiane, il commercio dei prodotti Made in Italy, i prezzi del “carrello della spesa”, le previsioni sull’occupazione, il destino delle nostre imprese.
In sintesi, Donald Trump ha imposto dei dazi generici del 10% sui beni provenienti da tutte le economie del mondo, aumentandoli per alcuni Paesi specifici. Le nazioni dell’UE - e quindi anche l’Italia - vedranno le loro merci esportate negli USA colpite da una tariffa del 20%.
Il dazio in sostanza è una “tassa” che grava sul prezzo del bene che un Paese compra (importa) da un altro (che lo esporta). Le aziende che acquistano materie prime o articoli finiti da altri Stati li pagano di più se viene imposto un dazio e, generalmente, questo costo aggiuntivo viene trasferito ai consumatori, motivo per cui gli economisti avvertono che le tariffe possono far crescere l’inflazione.
Se, quindi, gli USA hanno introdotto dazi su beni che essi acquistano da altri Paesi, anche dall’Italia, questo significa che subiranno un incremento dei prezzi in patria. Cosa c’entra, allora, la nostra economia? In realtà, gli effetti di tale politica dei dazi sono a catena e impattano nel tempo su tutto il sistema commerciale mondiale. Ecco perché anche gli italiani subiranno probabilmente il colpo, con meno soldi a disposizione, prezzi più alti negli scaffali, licenziamenti.
Cosa significano i dazi di Trump per l’Italia?
Per capire il potenziale effetto in Italia delle tariffe USA del 20% sui beni importati dall’UE, basta soffermarsi sul concetto di export e sul suo valore per un’economia.
In pratica, i beni che entrano negli USA e che provengono dai Paesi dell’Unione Europea ora costeranno di più e il prezzo maggiorato dal dazio si riverserà inevitabilmente sui consumatori finali.
Di conseguenza, le imprese e i cittadini americani saranno indotti a limitare gli acquisti di questi beni che, costando di più per effetto dei dazi, saranno meno convenienti e attraenti. In questo modo, secondo il piano di Trump, gli americani saranno portati a produrre in patria e ad acquistare articoli Made in USA.
Il meccanismo finisce così per colpire l’industria italiana: se i beni italiani venduti negli USA costano di più, la domanda di quei prodotti scende. In questo modo, si innesca una dinamica negativa per le nostre imprese che esportano, poiché le loro produzioni non sono più richieste e attraenti come prima. Con una minora domanda, le industrie italiane producono di meno, rallentando investimenti e assunzioni.
Meno soldi, più licenziamenti, crisi industriale
Per fare degli esempi concreti, i settori industriali italiani che più vendono negli Stati Uniti - e che quindi rischiano maggiormente di essere frenati dai dazi - sono l’agroalimentare, il farmaceutico, il chimico, il comparto dei macchinari e delle attrezzature. Secondo una nota informativa della Casa Bianca, le tariffe reciproche non si applicheranno a beni specifici come rame, prodotti farmaceutici, semiconduttori, legname, oro, energia e “certi minerali che non sono disponibili negli Stati Uniti”.
Questo vuol dire, per esempio, che la vendita da circa 11 miliardi di euro di farmaci e vaccini italiani negli USA non sarà intaccata. Tuttavia, altri settori subiranno dei contraccolpi.
Come evidenziato da Ispi in un grafico, questi sono i comparti che più esportano negli Stati Uniti (sia italiani che dell’UE):

L’export di attrezzature e macchinari negli USA, per esempio, ha un valore davvero rilevante per l’economia italiana: rappresenta il 38% delle esportazioni totali, per un valore di vendita negli USA di oltre 20 miliardi di euro.
Anche l’agroalimentare ha un peso importante nel commercio con gli Stai Uniti. “Il solo comparto di vini, spiriti e aceti italiani vale oltre 2 miliardi di euro di esportazioni verso gli Stati Uniti e coinvolge 40mila imprese e più di 450mila lavoratori lungo l’intera filiera”, ha ricordato Federvini.
Eccellenze come olio, pasta, formaggi valgono da 1 a mezzo miliardo di euro per categoria nelle vendite USA. Cosa succede con dazi al 20% su tutti questi prodotti Made in Italy? Dai macchinari, alla componentistica, fino ai prodotti chimici e ai generi alimentari italiani: tutto costerà di più per industrie e consumatori USA che, quindi, saranno spinti a cambiare fornitori e a limitare il commercio con la nostra nazione.
Federalimentare ha già lanciato l’allarme per il settore: “La nostra previsione prudenziale è una perdita del 10% di fatturato, cioè circa 700 milioni di euro suddivisi in modo diverso sulle diverse merceologie esportate negli Stati Uniti”.
Come impatta tutto questo sui cittadini italiani? Se le industrie e le imprese nazionali votate all’export perdono ordini dagli Stati Uniti hanno bisogno di cercare altri clienti e nuovi mercati per non danneggiare il fatturato. Ma questa dinamica è complessa. Nel frattempo, il PIL può diminuire, la disoccupazione aumentare, nuovi investimenti fermarsi. In generale, si crea un clima di maggiore pessimismo e malessere, con il rischio stagnazione.
Secondo Svimez in uno scenario di dazi al 10% su tutti i prodotti, il PIL italiano scenderebbe dello 0,1%, con una perdita di 27 mila posti di lavoro e una riduzione del 4,3% dell’export. Le tariffe al 20% non possono che peggiorare questo caso studio.
Perché può aumentare l’inflazione anche in Italia?
L’effetto diretto e primario dei dazi USA è quello di rendere più costosi alcuni beni importati proprio nella nazione americana. E in Italia? Tutto dipenderà dalla risposta dell’UE alla politica tariffaria di Trump.
Se, come promesso da Ursula von der Leyen, ci saranno contromisure già a partire da metà aprile, probabilmente anche l’Europa tasserà beni americani con dazi aggiuntivi. Queste materie prime o prodotti - importati dai Paesi UE - costeranno quindi di più. Poiché non tutti i beni USA eventualmente colpiti da dazi possono essere sostituiti in modo rapido da altri prodotti, l’effetto immediato è quello di dover acquistare - industrie e cittadini - articoli a prezzi maggiorati.
Gli effetti “indiretti” dei dazi sull’Italia
Quando si innesca una guerra commerciale di vasta portata come quella attuale le conseguenze economiche negative per i cittadini possono palesarsi in tanti modi.
Per esempio, con i dazi USA del 25% sulle auto importate dall’UE è soprattutto la Germania a essere colpita. Tuttavia, il contraccolpo è subito anche dall’Italia e, nello specifico, dalle sue industrie che esportano nella nazione tedesca componenti per il settore automotive. Le catene di approvvigionamento sono tutte vulnerabili: se un settore come quello auto va in crisi, automaticamente si indebolisce l’intera filiera che comprende la produzione di materie prime e componentistica per il prodotto finale.
Non solo. Poiché le tariffe di Trump hanno colpito tutti i Paesi, probabilmente ogni economia mondiale dovrà ricalibrare il proprio commercio. Il rischio è che ci sia un eccesso di offerta di prodotti a basso costo, per esempio dalla Cina, che devono essere dirottati su altri mercati per compensare l’esclusione da quello USA. La minaccia di un maggiore export di articoli del dragone in Europa, e quindi anche in Italia, è reale. Questo sarebbe un ulteriore freno allo sviluppo della competitività industriale italiana.
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