Iperinflazione, cos’è? Definizione, conseguenze e differenze con l’inflazione, con esempi di casi storici.
L’iperinflazione è il termine che descrive e misura i rapidi ed eccessivi aumenti dei prezzi, tali da determinare un’inflazione “estrema”.
Il fenomeno dell’iperinflazione si distingue, quindi, da un più normale rialzo dei prezzi, perché il balzo è davvero ampio, con tassi di crescita superiori al 50% mese su mese.
Le manifestazioni inflazionistiche si palesano in tanti modi diversi. Per esempio, con “inflazione strisciante” si intende un aumento inferiore al 10%, ma prolungato e con l’espressione tipica del gergo finanziario “inflazione galoppante” ci si riferisce all’aumento rapido e irrefrenabile dei prezzi.
L’attenzione sui movimenti dei prezzi si è accentuata dal 2022, quando tutto il mondo è stato colpito da una tempesta perfetta tra ripresa post-Covid, guerra in Ucraina e tassi di interesse elevati.
All’epoca, la Banca Mondiale ricordava come una serie di fattori comuni stavano contribuendo all’aumento dell’inflazione. Le bollette energetiche alle stelle causate in parte dalla guerra in Ucraina, l’aumento incontrollato dei prezzi del carburante, per non parlare dell’impennata dei prezzi alimentari globali e dell’aumento dei costi delle materie prime avevano fatto crescere il timore iperinflazione.
Tuttavia, pur con il balzo dei prezzi percepito anche in Europa e in Italia, il fenomeno dell’iperinflazione non si è verificato. Cos’è nello specifico? Di seguito significato ed esempi di iperinflazione.
Significato e definizione di iperinflazione
In sintesi, il termine iperinflazione indica:
un aumento rapido e incontrollato dei prezzi e dell’inflazione in un’economia nel corso di un periodo di tempo, solitamente a tassi superiori al 50% ogni mese.
L’iperinflazione può provocare un rialzo dei prezzi di beni essenziali come cibo e carburante, poiché la domanda supera l’offerta.
Gli scenari di iperinflazione sono solitamente rari, ma quando iniziano possono sfuggire al controllo.
Considerando il suo carattere “estremo”, il fenomeno dell’iperinflazione non è privo di conseguenze.
L’impatto dell’iperinflazione
In un contesto del genere, per esempio, le persone possono iniziare ad accumulare beni come il cibo. Di conseguenza, possono verificarsi carenze di scorte alimentari.
Questa pratica provoca anche un circolo vizioso: man mano che i prezzi aumentano, le persone cercano di ottenere più beni per il futuro, creando a sua volta una domanda maggiore e aumentando ulteriormente i prezzi. Se l’iperinflazione continua inarrestabile, provoca quasi sempre un crollo economico importante.
Inoltre, il denaro diminuisce di valore quando i prezzi aumentano eccessivamente perché l’inflazione ne riduce il potere d’acquisto. Un potere d’acquisto inferiore significa che i consumatori spendono di più per acquistare di meno e che hanno meno soldi per pagare le bollette e da usare per articoli essenziali.
Non solo, una grave iperinflazione può far sì che l’economia nazionale passi a un’economia di baratto, con significative ripercussioni sulla fiducia delle aziende. Può anche distruggere il sistema finanziario, poiché le banche diventano poco disposte a prestare denaro.
Le persone potrebbero anche non depositare i propri soldi negli istituti finanziari, portando banche e istituti di credito a chiudere. Le entrate fiscali possono diminuire se consumatori e aziende non riescono a pagare, con il risultato che i governi non riescono a fornire servizi essenziali.
Quali sono le cause?
Il fenomeno dell’iperinflazione è innescato da diversi fattori.
In genere, una crescita molto rapida dell’offerta di moneta può provocare questo balzo estremo dei prezzi. Per esempio, un Governo che stampa denaro per pagare le sue spese mette in circolazione moneta che può palesarsi in eccesso.
Anche l’inflazione da domanda può causare l’iperinflazione. Quest’ultima si verifica quando un’ondata di domanda supera l’offerta. Ciò aumenta rapidamente i prezzi, perché non ci sono abbastanza beni e servizi disponibili per soddisfare la richiesta complessiva da parte di consumatori e aziende.
Differenze tra iperinflazione e inflazione
L’inflazione e l’iperinflazione sono fenomeni economici legati all’aumento dei prezzi, ma differiscono per intensità e conseguenze.
In sintesi, con inflazione si intende:
un aumento generale e graduale dei prezzi dei beni e servizi in un’economia.
Viene misurata con indici come l’IPC (Indice dei Prezzi al Consumo). È considerata normale se contenuta entro il 2-3% annuo, e può essere persino positiva per l’economia. Può essere causata da fattori come aumento della domanda, crescita dei costi di produzione, restrizione dell’offerta di beni o materie prime, politiche monetarie espansive.
Diverso, invece, come già spiegato, il fenomeno dell’iperinflazione che produce un aumento estremo e rapidissimo dei prezzi, spesso superiore al 50% al mese. Porta alla svalutazione della moneta, perdita di fiducia nell’economia e crollo del potere d’acquisto.
Casi studio reali
Nella storia sono presenti numerosi esempi di iperinflazione. Uno dei più celebri accadde nella Germania degli anni Venti.
Dal 1914 si verificò una congiuntura economica sfavorevole che vide protagonista l’abbandono del cosiddetto “gold standard” (il sistema aureo), così da poter finanziare la guerra. Il poter convertire l’oro in moneta creò una disponibilità monetaria pari all’oro conservato nelle riserve della banca centrale, che condusse a una forte svalutazione del marco.
Nel 1920 il costo della vita era già nove-dieci volte superiore a quello del 1914 e il termine del conflitto a sfavore della Repubblica di Weimar, con le ingenti tassazioni a cui fu sottoposta, condusse la Germania a stampare più moneta. Il 15 novembre 1923, al cambio, erano necessari 4.200 miliardi di marchi per acquistare un dollaro.
Di quel periodo, ci restano fotografie tragiche della popolazione che trasportava i propri soldi con una carriola per andare ad acquistare beni di prima necessità.
Spostandosi su tempi più recenti, all’inizio degli anni ’90 il leader jugoslavo Slobodan Milosevic saccheggiò il tesoro nazionale, spingendo la banca centrale a emettere 1,4 miliardi di dollari di prestiti ai suoi affiliati.
L’ex Jugoslavia, già provata da un tasso di inflazione superiore al 76% annuo, dovette provvedere a una stampa eccessiva di denaro, per far fronte ai propri obblighi finanziari, dando vita a uno dei fenomeni di iperinflazione più prolungati e gravi della storia.
Nel 1992, la valuta jugoslava, il dinaro, era stata svalutata dell’80% rispetto al marco, la moneta alla quale era allineata. Le banche private acquistarono valuta straniera a un tasso più alto di quello ufficiale per garantirsi una valuta pregiata; i cittadini dovettero ritornare al baratto e il raddoppio quasi quotidiano del tasso di inflazione portò a una percentuale di questo di circa 313milioni% al mese.
L’iperinflazione fu presto fuori controllo: la svalutazione del dinero impedì al governo di finanziare gli apparati produttivi, conducendoli a una totale immobilità, mentre l’aumento della domanda di beni di prima necessità e l’abbassamento del potere d’acquisto dei salari condusse alla carenza di cibo e a una diminuzione del reddito oltre il 50%. La crisi si risolse con la sostituzione della valuta con il marco tedesco, che portò a una stabilizzazione dell’economica, non senza sofferenze per il paese.
Attualmente, l’esempio di iperinflazione più conosciuto è quello dello Zimbabwe. Cominciata nei primi anni 2000, per la necessità di pagare il debito al Fondo Monetario Internazionale, e vedendo tra le sue cause principali la stampa eccessiva di moneta per finanziare la guerra in Congo, la crisi portò il dollaro locale a una svalutazione tale che, a fine giugno 2008, necessitavano 200 miliardi di dollari zimbabwiani per un dollaro statunitense.
Anche nello Zimbabwe, come per il caso dell’ex Jugoslavia, la soluzione prescelta per risolvere l’iperinflazione fu il cambio di valuta. Nel 2009 il governo smise di stampare moneta e adottò come valute di riferimento il rand sudafricano e il dollaro statunitense, ma il provvedimento non portò i risultati sperati, in quanto inficiato dalla riadozione della moneta locale nel 2019, con un successivo incremento dell’inflazione del 175%.
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