“Taglia i tassi, Jerome!”. L’appello del presidente americano Donald Trump. Ma il numero uno della Fed. “Dazi fanno salire l’inflazione”.
Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump non fa sconti a Jerome Powell, numero uno della Fed, tornando ad accanirsi contro la decisione del banchiere centrale di non tagliare i tassi di interesse, così come è accaduto nell’ultima riunione di politica monetaria del FOMC, il braccio di politica monetaria della Federal Reserve.
“Per il presidente della Fed Jerome Powell questo sarebbe il momento PERFETTO per tagliare i tassi di interesse. Lui arriva sempre tardi, ma ora ha l’occasione di cambiare la sua immagine, e in modo veloce. I prezzi dell’energia sono in calo, i tassi di interesse stanno scendendo, l’inflazione sta andando giù, perfino (i prezzi) delle uova si abbassano del 69%, i posti di lavoro salgono, tutto in due mesi...UNA GRANDE VITTORIA per l’America. TAGLIA I TASSI, JEROME, E SMETTILA DI FARE IL POLITICO!”, scrive Trump.
Ma niente da fare. Jerome, come lo chiama direttamente Trump, continua a fare di testa sua e, in un discorso proferito nella giornata di oggi, lo dice chiaramente. A suo avviso ì, i dazi imposti dall’amministrazione Trump faranno salire l’inflazione. Di conseguenza, la Fed aspetterà, prima di lanciare ulteriori mosse sui tassi. Punto.
Powell snobba ennesimo ordine di Trump e ricorda diktat inflazione per la Fed
“Il nostro obbligo è quello di continuare a garantire che le aspettative sull’inflazione di più lungo termine rimangano ben ancorate e di accertarci che l’aumento dei prezzi una tantum non si trasformi in un problema di inflazione che persista”, ha detto il numero uno della Banca centrale americana Jerome Powell: “Ci troviamo in una buona posizione, che ci consente di poter attendere di avere maggior chiarezza, prima di considerare un qualsiasi eventuale aggiustamento di politica monetaria ”.
Praticamente, “è troppo presto per dire quale sarà il percorso appropriato di politica monetaria”.
Per il banchiere centrale, assumere un atteggiamento improntato alla prudenza è imperativo, se si considera, parole sue, che i dazi annunciati da Trump l’altroieri, nel Liberation Day del 2 aprile 2025 “ sono molto più alti di quanto ci si aspettasse ”. E “la stessa cosa è probabilmente vera per quanto riguarda le conseguenze sull’econonomia, che includono la prospettiva di una inflazione più alta e di una crescita più bassa”. Tutto, in una fase in cui “la dimensione e la durata di queste conseguenze rimangono incerte”.
Wall Street collassa per la seconda seduta consecutiva, Nasdaq in mercato orso
Mentre esplode la guerra di nervi tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente della Federal Reserve Jerome Powell, Wall Street continua a collassare, replicando il trend della vigilia, sulla scia del pessimo annuncio arrivato dalla Cina: occhio in particolare al Nasdaq Composite, listino tecnologico in cui sono quotati diversi giganti della Corporate America che producono e vendono in Cina, e che affonda del 4%, scivolando a un livello inferiore del 21% rispetto al valore record di chiusura che risale al mese di dicembre.
Il Nasdaq versa insomma in una condizione palese di mercato orso, nota anche come bear market, visto che il tonfo, rispetto ai massimi precedentemente testati, è di oltre il 20%.
Ma Powell rimane fedele al suo mandato di Presidente della Banca centrale americana, in un momento in cui evidentemente Donald Trump va a caccia di un capro espiatorio a cui accollare la responsabilità del crollo di Wall Street.
Inflazione USA, Powell avverte: possibile che effetti dazi siano più persistenti
Il banchiere centrale va dritto per la sua strada, spiegando il motivo per cui continua a non soddisfare le richieste - che, più che appelli, sembrano ordini - del presidente americano. “Sebbene sia altamente probabile che i dazi si traducano in un aumento almeno temporaneo dell’inflazione, è possibile anche che gli effetti si rivelino più persistenti”, continua a spiegare il timoniere della Fed, aggiungendo che “evitare un risultato del genere dipenderà dalla capacità di mantenere ben ancorate le aspettative di più lungo termine sull’inflazione, dalla portata delle conseguenze, e da quanto tempo trascorrerà prima che (i dazi) facciano sentire i loro pieni effetti sui prezzi ”.
Tra l’altro, le condizioni in cui versa l’economia USA “rimangono positive”, a fronte di un mercato del lavoro tuttora solido, come hanno confermato i numeri pubblicati oggi.
Vero è che lo stesso Powell ha ammesso che, dagli ultimi sondaggi resi noti, è emerso che le preoccupazioni dei consumatori sul trend dell’inflazione degli Stati Uniti sono aumentate, così come sono al contempo scese le aspettative di una crescita dell’economia.
Detto questo, il presidente della Fed è stato più che chiaro oggi a far capire che non ha alcuna intenzione di piegarsi ai desiderata di Donald Trump e che i tassi per ora rimangono dove sono.
A tal proposito, forse qualcuno dovrebbe rinfrescare anche un po’ la memoria al presidente americano, visto che una mossa lievemente dovish, nell’ultima riunione del FOMC, Powell l’ha lanciata pur facendo, vale la pena di ricordare anche questo, una gaffe che ha sorpreso non poco la comunità degli analisti.
Tornando a Wall Street, la seduta da incubo della vigilia, che ha infettato anche altri mercati azionari, oggi in misura ancora più intensa Piazza Affari, fa il bis.
Il Dow Jones capitola di più di 1650 punti (in calo di oltre il 4%), scivolando a quota 38,891 punti, mentre lo S&P 500 crolla del 5% circa a quota 5.131 punti circa. Segna un tonfo del 5% anche il Nasdaq Composite, che precipita a 15.746 punti circa.
Intanto, c’è chi si chiede che fine farà l’America di Donald Trump, e se per caso sarà proprio la sua economia, alla fine, a pagare dazio.
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