Salario minimo in Italia, il governo dimentica di rafforzare la contrattazione collettiva

Simone Micocci

31 Marzo 2025 - 11:49

Niente salario minimo, almeno in questa legislatura. Ma anche l’alternativa proposta dalla maggioranza è molto lontana.

Salario minimo in Italia, il governo dimentica di rafforzare la contrattazione collettiva

Il salario minimo in Italia non si farà e a oggi è lontana anche la promessa di rafforzare la contrattazione collettiva. A più di un anno dalla bocciatura alla proposta delle opposizioni di introdurre una soglia di salario minimo tutelata dalla legge, infatti, il governo non ha ancora fatto alcun passo in direzione di un provvedimento volto ad assicurare a tutti i lavori lo stesso livello di tutela garantito dalla contrattazione collettiva.

Per capire cosa (non) sta succedendo bisogna però fare un passo indietro, fino al mese di novembre 2023 quando venne posta la parola fine, almeno per questa legislatura, alla proposta di salario minimo - fissato a 9 euro l’ora - avanzata dalle opposizioni. In quell’occasione, infatti, in commissione Lavoro della Camera dei Deputati, presieduta dall’On. Walter Rizzetto, venne approvato un emendamento che delega il governo all’approvazione di norme volte a rafforzare la contrattazione collettiva, unico strumento che secondo la maggioranza può garantire una tutela adeguata ai lavoratori, mentre introdurre un salario minimo rischierebbe di generare un effetto opposto.

Se consideriamo che oggi gran parte dei lavoratori - la percentuale è molto superiore al 90% - ha un contratto collettivo approvato in accordo tra sindacati e associazioni datoriali, e che lo stipendio minimo previsto dalle tabelle stipendiali è generalmente superiore a 9 euro lordi, il rischio è che approvando il salario minimo ci sarebbe un livellamento verso il basso delle retribuzioni.

Per questo motivo è stato deciso di intervenire rafforzando uno strumento già performante, quello della contrattazione collettiva appunto, individuando soluzioni che possano mettere fine a un fenomeno che ancora oggi coinvolge molti lavoratori, il cosiddetto dumping contrattuale. Una sorta di “contratti pirata”, contratti nati da un accordo collettivo tra sindacati poco rappresentativi dove le tabelle stipendiali sono molto più basse rispetto a quelle previste dai contratti più rappresentativi.

Tuttavia, per quanto la strada per il rafforzamento sia già tracciata da tempo, il governo Meloni non sembra ancora intenzionato a percorrerla.

L’alternativa al salario minimo in Italia

Nel bocciare la proposta sul salario minimo in Italia, la commissione Lavoro della Camera ha approvato un emendamento che delega al governo l’approvazione di norme in materia di retribuzione dei lavoratori e contrattazione collettiva con l’obiettivo di garantire in ogni contesto il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente, in linea con quanto stabilito dall’articolo 36 della Costituzione.

Per quanto i contratti collettivi oggi garantiscano nella maggior parte dei casi condizioni migliori rispetto a quelle previste dal salario minimo tutelato dalla legge, non si può infatti negare che ci siano lavoratori che ancora sono scoperti dalla contrattazione collettiva o che comunque sono vittime di un Ccnl definito in accordo da sindacati - spesso nati appositamente - poco rappresentativi, dove il livello degli stipendi è rivisto al ribasso.

A tal proposito, il governo avrà il compito di:

  • assicurare ai lavoratori trattamenti retributivi giusti ed equi;
  • contrastare il lavoro sottopagato, anche in relazione a specifici modelli organizzativi del lavoro e categorie di lavoratori;
  • stimolare il rinnovo dei contratti collettivi nel rispetto delle tempistiche stabilite dalle parti sociali, nell’interesse dei lavoratori e delle lavoratrici;
  • contrastare il dumping contrattuale, che determina fenomeni di concorrenza sleale mediante la proliferazione di sistemi contrattuali finalizzati ad abbassare il costo del lavoro e ridurre le tutele dei lavoratori.

Nel dettaglio, con la legge delega il governo dovrà iniziare dal definire quali sono i Contratti collettivi maggiormente applicati in ogni singolo settore; questo permetterà di fissare un trattamento economico complessivo minimo a cui tutti gli altri contratti collettivi di quello stesso settore dovranno adeguarsi. Allo stesso tempo, i trattamenti economici complessivi minimi dovranno essere estesi a quei lavoratori non raggiunti da alcuna contrattazione collettiva.

Il governo dimentica di rafforzare la contrattazione collettiva

Se le motivazioni che hanno portato alla bocciatura del salario minimo possono essere comprese - seppur non condivise - le mosse successive del governo Meloni vanno in direzione opposta.

Dall’approvazione dell’emendamento, infatti, sono passati più di 15 mesi: la delega al governo, invece, prevede un termine di 6 mesi entro cui approvare le norme volte al raggiungimento dei suddetti obiettivi. La scadenza è stata quindi ampiamente superata e da indiscrezioni raccolte dalla nostra redazione sembra che l’approvazione della legge delega non sia ancora all’ordine del giorno.

Più passa il tempo, quindi, e maggiore peso acquisisce il rifiuto al salario minimo, visto che l’alternativa individuata sembra essere solamente aleatoria.

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