Nel giorno della “Liberazione USA”, in cui Trump annuncerà una carica di dazi contro il mondo la numero uno della BCE Lagarde torna a parlare.
Non solo è improbabile ma, con i dazi di Trump, è praticamente impossibile che nel breve e nel medio termine la presidente della BCE Christine Lagarde abbassi la guardia contro la minaccia dell’inflazione.
Quella famosa frase che lei stessa aveva detto non poter ancora proferire, ovvero “Mission Accomplished” è diventata ormai perfino inappropriata.
La minaccia dei dazi di Trump, che oggi, nella giornata di Liberazione USA - come è stata presentata da Donald Trump - si farà realtà, rende ancora più difficile il lavoro dei banchieri centrali.
Da un lato, le tariffe deprimeranno infatti la crescita dei PIL dei rispettivi Paesi coinvolti, erodendone i fondamentali economici; dall’altro lato, molto probabilmente riaccenderanno quell’inflazione contro cui le banche centrali, BCE e Fed in primis, hanno combattuto a colpi di strette monetarie quasi disperate, negli anni 2022-2023.
Per questo motivo, la cautela nel tagliare i tassi è d’obbligo. Lo sa bene Jerome Powell, che è rimasto infatti sempre fermo sui tassi, dall’inizio del 2025, dopo le tre sforbiciate annunciate dal settembre fino a dicembre del 2024; e lo sa bene Lagarde, che ha messo le mani avanti già nell’ultima riunione del Consiglio direttivo della BCE, culminata nel sesto taglio dal 6 giugno 2024, ammettendo che la riunione di aprile potrebbe concludersi con un nulla di fatto.
In sostanza, i tassi di interesse sui depositi presso la BCE, sulle operazioni di rifinanziamento principali e sulle operazioni di rifinanziamento marginale potrebbero rimanere inchiodati rispettivamente, al 2,50%, al 2,65% e al 2,90%.
Dazi Trump e giorno della Liberazione USA, parla Christine Lagarde
Tallonata da alcuni falchi, Lagarde potrebbe davvero decidere di azionare, insomma, il freno a mano, per fare un po’ di conti e per assistere alla pubblicazione degli ennesimi dati macro di turno: dati che potrebbero decretare eventuali aumenti dei prezzi superiori a quelli già messi in conto.
Dei dazi di Trump, ormai alle porte, Lagarde ha parlato più volte.
Oggi, a poche ore dall’annuncio di Trump, la presidente della BCE ha rimarcato quanto affermato nelle ultime settimane.
L’imposizione delle tariffe, è tornata a spiegare, stavolta ai microfoni dell’emittente irlandese Newstalk, “ sarà negativa per tutto il mondo e l’intensità e la persistenza dell’impatto cambieranno a seconda della loro portata, dei prodotti che saranno colpiti, della loro durata e della possibilità che ci siano o meno trattative ” tra gli Stati Uniti da un lato, e i loro partner commerciali dall’altro.
Lagarde ha ricordato all’America di Donald Trump, ma anche all’Europa, cosa accade di solito in questi casi: “Non dimentichiamoci che, piuttosto spesso, visto si dimostra dannosa, anche per chi l’ha innescata, l’escalation dei dazi porta a tavoli di negoziazione, dove gli interessati possono sedersi e discutere, e rimuovere alla fine alcune di quelle barriere”.
Negoziare, dunque, trattare, consiglia a quanto pare di fare la presidente della BCE che, costretta a ingoiare come tutti i leader europei il rospo Trump, ha perso di recente anche le staffe, rispondendo con toni molto duri alle esternazioni del presidente americano.
Countdown al prossimo BCE Day di aprile, Lagarde assillata dal falco austriaco
Intanto, si fa più vicina la prossima riunione del Consiglio direttivo dell’Eurotower prevista per il mese di aprile, la prima immediatamente successiva all’annuncio, atteso per la giornata di oggi, dei dazi di Trump.
Si può già dire che Lagarde sarà tartassata da una raffica domande su quali saranno gli effetti delle tariffe imposte contro l’Europa sulla crescita del PIL e dell’inflazione dell’area.
Si può dire, anche, che è difficile che le risposte di Lagarde saranno chiare, visto che le incognite sulla reale portata dello schiaffo dei dazi, permarranno per molto tempo ancora.
Per ora, l’unica certezza è che, oltre al mal di testa perenne dell’inflazione, la presidente dell’Eurotower è impegnata a mettere d’accordo chi continua a lanciare l’allarme crescita per l’Eurozona, invocando il settimo taglio dei tassi, e chi predica invece prudenza, consigliando ai colleghi di prendersi almeno un po’ di tempo per calcolare i potenziali danni dei dazi di Trump: danni che sono stati per ora, in via preliminare, già preventivati, sebbene in modo piuttosto vago, e presentati dalla stessa Lagarde.
Tra chi preferisce per ora dire basta ai tagli dei tassi, c’è di nuovo il solito falco esponente del Consiglio direttivo della Banca centrale, il governatore della banca centrale austriaca Robert Holzmann, che spinge per una pausa.
Il motivo, Holzmann lo ha spiegato in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Reuters, nel corso della quale ha affermato che non c’è alcuna urgenza che la BCE sforbici ancora i tassi.
D’altronde, a suo avviso, ormai i tassi di interesse dell’area euro non viaggiano più a livelli tali da poter rappresentare una minaccia per la crescita economica. Dunque, che rimangano pure ai valori attuali, dopo i tagli complessivi di 150 punti base che Lagarde ha concesso ai mercati e ai cittadini dell’area euro, nel periodo compreso tra il primo atto del 6 giugno 2024 e il sesto taglio dello scorso 6 marzo 2025.
Dall’altro lato, l’inflazione dell’area euro continua a rallentare il passo, come ha dimostrato l’ultimo dato relativo al CPI diffuso dall’Eurostat. Non si rileva insomma l’urgenza di agire, secondo Holzmann.
Più inflazione con dazi Trump, le colombe della BCE stanno gettando la spugna?
L’esponente hawkish della BCE, che si è messo tra l’altro sotto i riflettori in quanto si è rifiutato di votare a favore dell’ultimo taglio dei tassi deciso da Lagarde lo scorso 6 marzo, ha affermato anche che non c’è bisogno che si intervenga per stimolare la crescita dell’economia dell’area euro.
Non ci sono insomma ragioni per trasformare la politica monetaria da un livello a suo avviso neutrale a uno accomodante.
“Avevamo detto che l’inflazione sarebbe scesa”. E ora, dunque, “visto che siamo a un livello neutrale e, visto che l’inflazione sta convergendo verso il target, non ci sono ragioni per diventare accomodanti ”.
Un’asserzione che riporta alla mente quanto era stato detto nel mese di novembre 2024 dal numero uno di Bankitalia, Fabio Panetta:
“Nella fase attuale dovremmo concentrarci maggiormente sulla debolezza dell’economia reale ” in quanto, “in assenza di una ripresa sostenuta, l’inflazione rischierebbe di scendere a un livello ben al di sotto del target, inaugurando uno scenario che per la politica monetaria sarebbe difficile da contrastare e che dunque deve essere evitato”.
Panetta aveva lanciato il seguente appello: “ Dobbiamo normalizzare la nostra politica monetaria e muoverci verso un territorio neutrale - o anche in un territorio espansionistico, se necessario”.
Pronta era stata la reazione del falco Robert Holzmann, che era tornato ad agitare lo spettro dell’inflazione.
Il punto è che ora, non solo i dazi di Trump, ma anche altre variabili che la BCE non può ignorare, come una Europa destinata ad aumentare le spese militari per dotarsi di un sistema di difesa comune e il mega bazooka fiscale lanciato dalla Germania, hanno fatto i scattare sull’attenti lo stesso Panetta che, in un discorso di qualche giorno fa, ha lanciato anche lui un avvertimento sul rischio che l’Eurotower tagli in modo non necessario i tassi di interesse. Così ha avvertito il governatore di Bankitalia:
“Le decisioni di politica monetaria dovranno bilanciare due fattori. Da un lato, la debolezza dell’economia europea e le tensioni geopolitiche stanno frenando consumi e investimenti, contribuendo a contenere l’inflazione. Dall’altro lato, l’aumento dell’incertezza - dovuto soprattutto agli annunci, talora contraddittori, sulle politiche commerciali degli Stati Uniti - impone cautela nel percorso di diminuzione dei tassi ufficiali”.
E dunque, è arrivato davvero il momento di fermarsi, di dire basta almeno per un po’, soprattutto per calcolare meglio quali saranno le reali conseguenze dei dazi di Trump?
Allo stesso tempo, basterà davvero qualche dato macro atteso nel breve termine per consentire a Lagarde, a Holzmann e ad altri falchi della BCE, se e quanto l’inflazione dell’area euro possa tornare ad accelerare il passo a causa della politica economia inaugurata dalla seconda amministrazione USA targata Donald Trump? Il dibattito è aperto.
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