Tassi Fed e BCE, messaggi con ultimi dati inflazione USA e Germania. Incubo a Berlino

Laura Naka Antonelli

28 Febbraio 2025 - 16:10

Quanto scotta l’inflazione negli Stati Uniti? Arriva il dato preferito dalla Fed. Attenti al dato della Germania, che gela la BCE.

Tassi Fed e BCE, messaggi con ultimi dati inflazione USA e Germania. Incubo a Berlino

Nuovi dati sull’inflazione sono stati annunciati oggi dal fronte macroeconomico degli Stati Uniti e dell’Eurozona: tutti numeri importanti, per una Fed e una BCE che continuano entrambe a dipendere dall’arrivo degli indicatori macroeconomici.

Se negli Stati Uniti le ultime indicazioni non hanno fatto scattare nessun alert particolare per la Fed di Jerome Powell, che ha deciso di premere il tasto alt nella prima riunione del FOMC (il suo braccio di politica monetaria) del 2025, fermando i tagli dei tassi sui fed funds che aveva avviato a settembre del 2024, i numeri relativi all’inflazione tedesca hanno sicuramente gelato sia Berlino, appena reduce dall’esito delle elezioni anticipate di domenica scorsa, che la BCE di Christine Lagarde.

Inflazione USA, il messaggio alla Fed dall’indice PCE core

Andando a esaminare i dati resi noti da entrambe le sponde dell’Oceano, e partendo dagli Stati Uniti, oggi si è appreso che, nel mese di gennaio 2025, l’inflazione USA misurata dall’indice PCE core - dato preferito dalla Fed per monitorare il trend dei prezzi - ha registrato un rialzo del 2,6%, in linea con le attese.

Si tratta di una notizia confortante, che conferma il rallentamento della crescita delle pressioni inflazionistiche: nel mese di dicembre 2024, l’indice core era salito infatti al ritmo annuo del 2,8%.

Su base mensile il trend è stato di una crescita pari a +0,3%, anche in questo caso in linea con le previsioni.

In evidenza anche il PCE headline, ovvero il termometro dell’inflazione che comprende le componenti più volatili, rappresentate dai prezzi dei beni energetici e dei beni alimentari, salito a gennaio del 2,5% su base annua, come da attese, e dello 0,3% su base mensile, come messo in conto dal consensus degli analisti.

Insomma, stavolta molto probabilmente il presidente della Federal Reserve Jerome Powell non sarà saltato sulla sedia, contrariamente a quanto avvenuto con un altro indicatore macro chiave.

Il dato relativo al PCE segue infatti la pubblicazione, qualche giorno fa, dell’altro termometro delle pressioni inflazionistiche, ovvero dell’indice PCI, indice dei prezzi al consumo che, nel mese di gennaio, è salito negli USA dello 0,5% su base mensile, più del rialzo pari a +0,3% atteso dal consensus degli analisti.

Su base annua il CPI degli Stati Uniti ha messo a segno un rialzo del 3%, superiore al +2,9% stimato, in lieve accelerazione rispetto al +2,9% precedente.

Preoccupante soprattutto la componente core, ovvero quella che esclude l’impatto dei prezzi dei beni energetici ed elementari, balzata del 3,3%, contro il +3,1% previsto.

Se quel dato avrà preoccupato la Fed di Powell, quello di oggi probabilmente avrà in parte calmato i nervi di Powell & Co. Detto questo, è evidente che l’inflazione rimane ancora lontana dal target desiderato dalla Banca centrale americana, che è lo stesso di quello su cui punta la BCE, ovvero di un ritmo di crescita pari al 2%.

Tassi Fed, Powell ha premuto il tasto alt dopo i tre tagli del 2024

Va ricordato che, nella prima riunione del FOMC del 2025 del 29 gennaio scorso, al termine anche del primo meeting del braccio di politica monetaria della Federal Reserve da quando Trump è diventato ufficialmente il 47esimo Presidente degli Stati Uniti, la Banca centrale americana ha annunciato di aver lasciato i tassi di interesse USA invariati al range compreso tra il 4,25% e il 4,5%, dopo i tre tagli consecutivi varati a partire dal mese di settembre fino all’ultima riunione di dicembre 2024.

In occasione dell’ultimo atto del 2024, la Fed aveva proceduto a tagliare i tassi per la terza volta, con una riduzione di 25 punti base, dopo una seconda sforbiciata sempre di 25 punti base nella riunione precedente di novembre, immediatamente successiva alla notizia della vittoria alle elezioni USA di Donald Trump.

Il primo taglio dei tassi della Fed era stato pari a ben 50 punti base e si era palesato nel mese di settembre.

La vittoria di Trump alle elezioni e la paura di un effetto inflazionistico della politica economica del nuovo presidente hanno portato poi Powell a prendere la decisione di fermarsi, nel mese di gennaio, in attesa di capire cosa accadrà all’economia e all’inflazione USA nel corso dei prossimi mesi.

Nel breve, bisogna attendere la metà di marzo per capire quella che sarà la prossima decisione della Fed sui tassi.

Attenti a effetto politiche immigrazione Trump su inflazione e tassi Fed

Detto questo, sebbene l’indice PCE Core abbia fatto tirare oggi un sospiro di sollievo, ai mercati e alla stessa Fed, va rimarcato che è ancora presto calcolare il reale impatto che le decisioni di Trump avranno sull’inflazione USA.

A tal proposito vale la pena di soffermarsi sulle riflessioni di Arif Husain, Head of Fixed Income and Chief Investment Officer, e di Blerina Uruci, Chief US economist, T. Rowe Price, che hanno fatto riferimento all’impatto che le politiche sull’immigrazione di Trump potrebbero avere sull’inflazione USA e dunque sulle decisioni sui tassi della Fed:

La fine della protezione contro l’espulsione per i migranti con status di protezione temporanea, il permesso umanitario per i cittadini di paesi come Cuba e Ucraina e l’azione differita per gli arrivi in età infantile (DACA) potrebbero esporre circa 2,5 milioni di immigrati all’espulsione entro il 2027, anche se l’amministrazione Trump non accelererà l’espulsione in altri modi”, hanno avvertito i due esperti, aggiungendo che questa situazione si tradurrebbe in una riduzione dell’ “ offerta di manodopera di oltre 1,5 milioni di persone, utilizzando lo stesso tasso di partecipazione alla forza lavoro”.

Ciò significherebbe una riduzione totale combinata dell’offerta di manodopera di circa 2,1 milioni di lavoratori ”, hanno calcolato Husain e Uruci di T. Rowe Price, ricordando che “a dicembre 2024, il Bureau of Labor Statistics stimava la forza lavoro civile totale a 169 milioni, quindi, le deportazioni comporterebbero l’uscita dal mercato del lavoro di quasi l’1,3% dell’offerta di lavoro ” e che “questo non tiene conto degli effetti del rallentamento del rilascio di visti e green card agli immigrati legali o delle riduzioni dei rinnovi dei permessi di lavoro per gli immigrati attualmente occupati

Una riduzione di questa portata della forza lavoro” - hanno avvertito i due esperti - “potrebbe avere conseguenze economiche di grande impatto, come una rinnovata pressione al rialzo sui salari, che potrebbe spingere l’inflazione verso l’alto. E questo senza considerare gli effetti negativi sulla catena di approvvigionamento in settori come l’agricoltura che dipendono fortemente dalla manodopera migrante. C’è il potenziale che queste dinamiche inneschino un’inflazione dal lato dell’offerta simile a quella che abbiamo sperimentato durante la pandemia di coronavirus ”.

Dunque, il sollievo arrivato oggi con l’indice PCE core non può e deve essere interpretato come il segnale di una Fed pronta a tagliare di nuovo i tassi.

Inflazione USA? Oggi a preoccupare è di nuovo l’inflazione in Germania

A drizzare le antenne oggi sarà stata piuttosto la BCE, a causa di quanto emerso dal dato relativo all’inflazione della Germania: qui l’inflazione, resa nota dall’agenzia nazionale di statistica Destatis, ha segnato - stando ai dati preliminari - un rialzo del 2,8% nel mese di febbraio, come nel mese di gennaio, ma più alto rispetto al +2,7% atteso dal consensus degli economisti intervistati da Reuters.

L’inflazione continua dunque ad angosciare la Germania, ossessionata storicamente proprio dallo spettro di una fiammata dei prezzi, e ora anche in piena crisi economica, con il PIL che continua ad annaspare, puntando verso il basso.

Va ricordato che l’inflazione tedesca aveva dato qualche speranza a Berlino quando, nel mese di settembre del 2024, era scesa addirittura al di sotto del target della BCE; una illusione, a quanto pare, visto che da allora i prezzi della Germania sono tornati a infiammarsi, a fronte di una economia che è scivolata nel 2024 in una fase di recessione per il secondo anno consecutivo e che preoccupa non poco il neo cancelliere Friedrich Merz, uscito vincente dall’appuntamento recente del voto anticipato nel Paese.

Vero è che una buona notizia emersa dal dato di oggi della Germania è arrivata dall’inflazione core, ovvero dall’inflazione al netto delle componenti più volatili rappresentate dai prezzi dei beni alimentari ed energetici, che è salita a febbraio a un ritmo inferiore rispetto a quello di gennaio, ovvero del 2,6%, rispetto al 2,9% precedente.

Ma è certo che anche in Germania, così come negli Stati Uniti, siamo ben lontani dai livelli messi nel mirino dalla BCE. BCE che ha stravolto tra l’altro i mercati nelle ultime sessioni con dichiarazioni hawkish che sono arrivate da alcuni suoi esponenti.

Il verdetto su cosa accadrà a Francoforte, dove la Banca centrale europea ha la propria sede, sarà più chiaro lunedì prossimo, quando a essere pubblicato sarà il dato relativo a tutta l’area euro. Giovedì prossimo 6 marzo arriverà poi il verdetto vero, quello sui tassi di interesse dell’area euro.

Detto questo, una accelerazione ha interessato, come è emerso dai numeri che sono stati snocciolati oggi dall’ISTAT, anche l’inflazione dell’Italia, sebbene non si possa certo parlare di dati preoccupanti, visto che il ritmo di crescita dei prezzi è rimasto ben inferiore al target del 2% dell’Eurotower.

Fatto sta che è stata la stessa BCE a scrivere nelle minute relative all’ultima volta in cui ha tagliato i tassi, ovvero alla decisione annunciata il 30 gennaio 2025 che, dal mese di dicembre, i rischi che incombono sull’inflazione si sono spostati verso l’alto.

E della possibilità o addirittura necessità che l’Eurotower faccia una pausa nel suo percorso dei tagli dei tassi si è parlato più volte di recente, tra chi ha consigliato di non continuare a sforbiciare come “ sonnambuli ” e chi ancora prima, con le sue dichiarazioni da falco, ha spaventato in modo significativo soprattutto i mercati dei titoli di Stato dell’area euro, tornando a infiammare in particolare i rendimenti dei BTP e lo spread. Tutto questo, in un contesto in cui la politica monetaria della BCE presenta tra l’altro un paradosso per la prima volta nella sua storia. E in cui, visto che è troppo presto capire i riflessi che le eventuali pressioni inflattive negli Stati Uniti avranno sull’economia dell’area euro, rimane difficile anticipare quelle che saranno le prossime mosse di Christine Lagarde.

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